Convegno internazionale “Il senso solingo”
FBK Aula Grande
Fondazione Bruno Kessler - Polo delle Scienze Umane e sociali
Aula Grande
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Fondazione Bruno Kessler - Polo delle Scienze Umane e sociali
Aula Grande
“Il senso solingo” | Convegno internazionale
15 Dic (14.30) – 18 Dic (12.30)
Il convegno internazionale “Il senso solingo” esplora le molteplici forme della solitudine e dell’isolamento nelle culture contemporanee, mettendone a confronto le dimensioni religiose, etiche, sociali e tecnologiche. Attraverso prospettive interdisciplinari, il convegno indagherà tanto le esperienze dolorose della separazione e dell’abbandono quanto le forme volontarie di ritiro, raccoglimento e ricerca di senso, considerando anche nuovi scenari legati all’intelligenza artificiale e agli immaginari dell’insularità.
Le citazioni sulla solitudine potrebbero essere moltissime, a riprova dell’universalità di questa condizione umana. Solitudine e umanità sono di fatto consustanziali, e chi non si è mai sentito solo forse manca di qualcosa che è profondamente umano. E forse oltre: anche gli animali non umani, e secondo alcuni anche le piante, possono soffrire di solitudine. Ma negli umani essa diventa linguaggio, e dunque frasi memorabili come questa, citazione notissima per chi conosce le lettere italiane:
“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera”.
Questi versi di Quasimodo s’imparano a scuola, dove certo si ha esperienza della solitudine (quella degli insegnanti, spesso durissima, ma anche quella dei ragazzi e delle ragazze), ma dove comunque in molti casi la solitudine è vissuta come una fase della vita, come malinconia adolescenziale, come spleen passeggero. È solo vivendo che si capisce quanto invece la solitudine sia connaturata al vivere. Non è dunque facile parlare di solitudine, perché significa parlare della vita. Da dove cominciare?
Per un vezzo semiotico, si può partire dal linguaggio. L’italiano conosce gli aggettivi “solo”, “solitario”, “isolato”, “desolato”, per rimanere nello stesso ceppo lessicale, ma anche il più raro, colto, e profondamente Italiano “solingo”, che esprime il senso poetico della solitudine, e dai poeti è stato amato e utilizzato, a partire dal più solo dei poeti italiani, e forse di tutti i poeti, ossia Leopardi. Altre lingue tagliano diversamente il campo semantico della solitudine: in inglese, una cosa è “solitude”, la solitudine come condizione dell’esser da soli, spesso ricercata; ben altro è “loneliness”, cioè la solitudine sofferta; che l’italiano non distingua fra le due rivela forse la diversa impostazione culturale ed emotiva delle due lingue e delle loro culture. Come di sovente, è il tedesco che articola già nel lessico una filosofia della solitudine, distinguendo fra “Einsamkeit”, la solitudine sia dolorosa sia contemplativa; “Alleinsein”, il semplice essere soli; “Vereinsamung”, il processo di progressivo isolamento; “Abgeschiedenheit”, il ritiro e la separazione dal mondo, anche in senso mistico; “Verlassenheit”, la condizione di abbandono, e così via. Ma il più dolce lessico della solitudine non poteva che venire da un’isola, anzi da un insieme di isole; il giapponese contiene 孤独 (kodoku), la solitudine profonda, spesso dolorosa o esistenziale; 孤立 (koritsu), l’isolamento oggettivo, come separazione dal gruppo; 独居 (dokkyō), il vivere materialmente da soli; 独り/一人 (hitori), l’essere soli, senza necessariamente soffrirne; 寂しさ (sabishisa), il sentimento affettivo di mancanza, vuoto o abbandono; 侘び (wabi), la sobrietà appartata come povertà volontaria e quiete imperfetta; 引きこもり (hikikomori), il ritiro prolungato dalla vita sociale, termine ormai d’uso anche in occidente; おひとりさま (ohitorisama), la persona che svolge autonomamente attività normalmente condivise, con una connotazione anche positiva e contemporanea. L’intraducibile della solitudine si esprime però con una sola parola, il portoghese saudade, che più di tutte coglie poeticamente la metafisica della solitudine come presenza di un’assenza che, paradossalmente, continua ad agire emotivamente sul soggetto proprio in virtù di una sua scomparsa.
A partire da questa rete linguistica, lo sguardo deve poi poggiarsi sui testi della solitudine, nelle diverse lingue e nei diversi sistemi di segni, dalla narrazione verbale sino allo spazio, ma privilegiando quell’ambito tematico il quale, sia pure largamente inteso, costituisce il fulcro istituzionale del Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler: le religioni e l’etica a sfondo religioso. C’è molta solitudine nelle religioni; sia perché esse se ne occupano, e in un certo senso vi pongono rimedio attraverso la loro dimensione comunitaria, rituale, e a volte anche nello stesso sodalizio mistico con la trascendenza; sia perché esse spesso invitano ad abitare la solitudine, sia pure temporaneamente, per scoprirvi o una luce diversa su sé stessi e sul mondo oppure per incontrarvi il numinoso e il divino. Anacoreti, asceti, eremiti, e poi le declinazioni dei cenobiti, degli stiliti, dei dendriti: anche il lessico religioso abbonda di designazioni della solitudine.
In ISR (Centro per le Scienze Religiose) la religione non è però mai un punto di arrivo ma un punto di partenza che invita ad agganciare il sociale attraverso lo studio delle sue credenze e ritualità. A questo proposito, non si può trascurare che la “casa” del centro è la Fondazione Bruno Kessler, luogo nel quale la solitudine può essere tematizzata in più modi. Uno, oggi centrale, è quello del suo rapporto con la tecnologia. Come è stato analizzato nel seminario annuale dedicato dal centro a questo tema nel 2026, le tecnologie, e in particolare l’IA — che è sempre più il cuore degli interessi della Fondazione — possono creare nuova solitudine (davanti a schermi, chatbot, o realtà virtuali) ma possono anche lenirla in chi già ne soffre (attraverso diversi schermi, chatbot, e realtà virtuali); si pensi ai due estremi: quello degli hikikomori rinchiusi nelle loro stanze davanti a un computer e, all’altro capo dello spettro, quello di chi, malato terminale, trova invece nella realtà virtuale un’efficace cura palliativa per riaprirsi, quantunque limitatamente, al mondo.
L’altro elemento forte di riflessione sulla solitudine, implicito in un luogo come Trento, è quello che le deriva dalla sua geografia; interpretabile, di nuovo, come destino orografico di splendido isolamento fra i monti ovvero come ricercata e sofisticata autonomia.
Mille sono dunque le sfumature della solitudine, e il convegno finale 2026 organizzato da ISR a Trento, presso l’Aula Grande della Fondazione Bruno Kessler in Via S. Croce 77, ne sonderà alcune, tralasciandone inevitabilmente delle altre.
Una su tutte forse meglio delle altre coglie la paradossalità di qualcosa che gli esseri umani tentano di fuggire con tutte le proprie forze — la condizione della solitudine come desolazione e abbandono — e al tempo stesso ricercano con tutte le proprie forze per ritrovarsi, la solitudine come ritrovamento del proprio centro e della propria voce. Questa sfumatura è quella musicale, in particolare in quella figura del solista (musico, cantore, ma anche compositore) in cui sembra incarnarsi in maniera perfetta l’immagine verbale di Quasimodo:
“Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera”.
Cala il sipario sulla vita e sull’umano, e l’esser soli ne è dato essenziale. Si nasce e si muore in solitudine, anche se le società e soprattutto le religioni cercano di tessere i loro linguaggi e i loro segni tutt’attorno a queste solitudini. Eppure, nel rapido rivolgersi di questa corta giornata fra la vita e la morte, a volte arriva un raggio, una trasverberazione, un incontro con la luce, una nota bellissima. Cercheremo questa nota a Trento, presso la Fondazione Bruno Kessler, tra il 15 e il 18 dicembre 2026.
Ciclo di seminari: “Solitudine e comunione nella religione e nell’etica“
Coordinamento scientifico: Massimo Leone, FBK-ISR
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Immagine: AdobeStock_518968971
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L'iniziativa è stata realizzata anche grazie al contributo della Direzione generale Educazione, ricerca e istituti culturali del Ministero della Cultura.